Non so se gli Stati Uniti oggi si riconoscano nella festa (Columbus Day) istituita per celebrare il giorno dell’arrivo di Cristoforo Colombo nelle Indie occidentali il 12 ottobre 1492. So però che quella data rappresenta un momento fondamentale nel campo della navigazione, e, si può dire, l’inizio della globalizzazione. Ancor più dopo aver visitato il Museo navale di Caravaggio “Ottorino Zibetti”, aperto il sabato dalle 15 alle 18.

Colombo partì il 3 agosto e tenne scrupolosamente il diario. Si era preparato e documentato. Aveva le carte nautiche disponibili in quel momento. Conosceva il mare e i venti. Era esperto in tecnica di navigazione. Non aveva scelto la rotta a caso. Attese il momento favorevole in cui le condizioni metereologiche gli garantivano un vento favorevole, partendo dalle Canarie. Delle tre caravelle l’unica che poteva essere all’altezza dell’impresa era l’ammiraglia, la Santa Maria. Affrontare l’Oceano in quelle condizioni fu un rischio, ma la perizia del navigatore genovese e la fortuna fecero ben concludere l’impresa. Navigò per tutto il viaggio con il vento in poppa.

L’ingresso del museo

Colombo era convinto della rotondità della terra e pensava di circumnavigarla giungendo alle Indie. Aveva qualche collaboratore, il resto era gente imbarcata alla bell’e meglio, molti erano avanzi di galera che non avevano molto da perdere nell’impresa. Quando la terra sembrava irraggiungibile, pensarono di sbarazzarsi dei capi e riguadagnare la costa e la libertà ma il comandante buttò le carte di navigazione a mare, facendo capire loro che senza la sua esperienza non sarebbero tornati a casa. L’11 ottobre l’equipaggio della caravella Nina scorse i segni della terra vicina. Alla sera il grido “Tierra!”. Per il ritorno Colombo seguì una rotta più a Nord, sempre sfruttando i venti.

Lo Zibetti, il collezionista del Museo, si documentò e compose i modelli delle tre imbarcazioni, e appassionato com’era di cose di mare, realizzò una serie di imbarcazioni dai tempi antichi, di epoca egiziana, poi fenicia e greco-romana fino al periodo dei grandi naviganti e delle esplorazioni transoceaniche. Non c’erano le scatole di modellistica con i pezzi predisposti da montare e bisognava girare, guardare e interpretare per poi costruire il modello a casa. Fino all’Ottocento trionfarono i grandi velieri poi arrivò la macchina a vapore; e piano piano il ferro sostituì il legno.

Lo Zibetti si industriò a racimolare pezzi e cimeli, tutto ciò che si legasse al mare e alla storia della navigazione. Portò a casa l’elica del siluro che aveva affondato la corazzata austriaca Santo Stefano nella Prima Guerra Mondiale. Venendo a conoscere il radiotelegrafista del rompighiaccio Krassin che aveva salvato i superstiti del Dirigibile Italia caduto sull’Artico, riuscì ad avere un pezzo della Tenda rossa, che era servita da riparo sul pack. Gli americani, per non essere da meno, regalarono al Museo l’ancora di una nave da guerra. Ci sono strumenti nautici, dalle bussole ai sestanti, una ruota di timone, un trasmettitore di comandi, uno scafandro per le riparazioni subacquee, il comando della corvetta che ha portato in esilio il re Vittorio Emanuele III, un ferro da gondola sagomato in modo da simboleggiare i vari sestieri di Venezia e il cappello del doge. Poi ci furono le donazioni come il modello della nave scuola Cesare Vespucci.

Non ci sarebbe stato il Museo navale di Caravaggio se un maestro della scuola elementare con lo stesso nome e di cognome Pellegri non avesse convinto e sostenuto lo Zibetti. Il Museo, sempre appoggiato dalle varie amministrazioni comunali, è collocato nel Convento di San Bernardino (1472). La Chiesa accanto, oggi aperta per uno sposalizio, è tutta affrescata dalla gloriosa Scuola dei pittori caravaggini.

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