Alessandra Raffaelli e Omar Cattaneo, sposati nel 2003, vivono a Covo con i loro due figli adolescenti. Omar è sindacalista e Alessandra un’addetta al commercio estero in un’azienda. Alessandra è coordinatrice della Protezione civile di cui fa parte anche Omar. Quest’ultimo è anche presidente dell’Associazione culturale Civico 15 (si impegna a promuovere la cultura della solidarietà). A Covo, nel loro paese, sono conosciuti da tutti.

Safe working – Io riapro sicuro

Alessandra fa volontariato da sempre. Nel 2009, anno del terremoto dell’Aquila, insieme a Omar hanno deciso in entrare nella Protezione civile. Successivamente, nel 2015, è diventata coordinatrice del gruppo di Covo.  Il suo gruppo di lavoro esegue essenzialmente attività di routine e formazione nelle scuole. Le uniche emergenze che hanno avuto sono state calamità naturali, come le trombe d’aria. Alessandra si è preparata a lungo per la ricerca delle persone scomparse, ma ad una pandemia non erano preparati.

Nonostante tutto non si sono arresi. Il 18 marzo, come previsto dai protocolli, lei e il marito hanno aperto il Centro operativo comunale, assieme agli altri volontari della protezione Protezione civile. Si sono occupati di andare dai medici, in farmacia e a fare la spesa per tutte quelle persone che non potevano uscire di casa. Hanno distribuito le mascherine, ritirato gli oggetti personali delle persone ricoverate in ospedale e recapitate ai famigliari, garantito i pasti normalmente consegnati dalla Rsa e regalato un momento di dialogo a chi si sentiva solo.

Quando la Protezione civile ha ricevuto un centinaio di colombe in dono, i volontari le hanno distribuite alle persone più anziane, una ad una, fermandosi anche a parlare con loro. 52 famiglie in difficoltà sono state sostenute tramite i beni di prima necessità, attraverso il comune e l’associazione Solidali per il Malawi.

Come sottolinea Alessandra, non erano semplici consegne, ma un modo per stare vicini a chi era più solo. Durante la pandemia Alessandra ha “lavorato” 67 giorni e Omar 33 e con loro altri 7 volontari. “Le linee guida – racconta – ci dicevano che i volontari non potevano entrare in contatto con i malati, ma la gente continuava a chiamare, e spesso aveva bisogno solo di qualcuno con cui parlare“. Alcune associazioni hanno donato mascherine, tute, disinfettanti, guanti… In modo tale, che potessero operare in tutta sicurezza.

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