Maggianico è nominato nei Promessi sposi come paesino del cugino di Agnese, uno degli intermediari tra Renzo, rifugiatosi, dopo i disordini per il pane, a Bergamo, sotto la Repubblica veneta, e Lucia, sistemata in casa di donna Prassede nella Milano spagnola, dopo il rapimento ad opera dell’Innominato. Siamo alla buona metà del romanzo (cap. XXVII) poco prima della peste.



I due protagonisti erano analfabeti e perciò furono costretti ad affidarsi a “letterati”, a scapito della fedeltà e delle intenzioni: “perché – commenta il Manzoni –  non c’è rimedio, chi ne sa più degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro mani; e quando entra negli affari altrui, vuol anche fargli andare un po’ a modo suo”.

La Chiesa di Maggianico, dedicata a S. Andrea, aveva già a quel tempo un magnifico polittico del Luini, con una Madonna che merita l’aggettivo di dolcissima e “dove la bellezza, per usare le parole del Cardinal Borromeo, è tanto più amabile in quanto non risveglia alcun pensiero men che puro”. Luini si affermò in Lombardia ma aveva imparato dai pittori veneti e da Leonardo. Un capolavoro, appena restaurato, che ha per titolo Madonna con Bambino, Santi, l’Eterno e Annunciazione (1515).

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Il Luini restaurato. By Instagram @stefaninobal

Poco distante il bel tempietto in stile neoclassico dell’architetto Bovara, dedicato a San Rocco, il santo della peste. Data la sezione a struttura quadrangolare, l’altare maggiore è in completa visione per il popolo partecipante, in qualsiasi punto si trovi. L’architettura si adeguava ai tempi. In una società non più divisa secondo ceti, acquistava un certo peso l’assemblea partecipante. Pur lontani dall’ultima Riforma liturgica del Concilio Vaticano II, la gente non era più relegata in fondo alla chiesa o fuori. Il popolo dei fedeli premeva, si avvicinava all’altare, e il celebrante scendeva. Oggi, fino quasi a confondersi.

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San Rocco

Fuori della Chiesa di San Rocco parte la Via delle Terme.  Commenta il letterato e librettista d’opera Antonio Ghislanzoni che qui nacque: “Sullo scorcio dell’anno 1850, un colono assetato, curvandosi per bere ad una sorgente smarrita fra gli arbusti, avvertì con disgusto ché quell’acqua puzzava maledettamente di uova fracide. Eureka! Acqua che puzza vuol dire acqua salubre – ed ecco la località Barco inaspettatamente arricchita di una fonte minerale. Accorsero i medici, accorsero i chimici. Il padre Nappi, in seguito ad accuratissima analisi, constatò nella putrida linfa la presenza dello zolfo, della magnesia e di altri sali efficacissimi. L’acqua di Barco veniva raccomandata per casi di pirosi o gastroenterite antica, di epatite ecc.” Una signora ci invita a visitare la villa e l’ampio giardino con vista sul lago, “ora è utilizzata a ospitare emigrati, ma potete suonare e vedere anche la bella chiesetta che c’è dentro”.