Sono mesi durissimi che hanno sconvolto il pianeta e hanno investito brutalmente la nostra terra bergamasca. Non possiamo ignorare quanto è accaduto o fingere che sia stata solo una brutta parentesi da chiudere al più presto. Mauro Magatti ha più volte parlato di “società del rischio” e richiamato la lezione di Ulrich Beck, sociologo tedesco morto nel 2015. La tesi di Beck si può riassumere in questo modo: la società moderna non si è ammalata per le sue sconfitte, ma per i suoi successi. Il terrorismo internazionale è conseguenza della vittoria del moderno, la catastrofe climatica del successo dell’industrializzazione, la disoccupazione di massa dei guadagni della produttività e l’invecchiamento della società minaccia i sistemi previdenziali perché la medicina ha allungato la vita agli uomini. La società avanzata genera rischi e, con la sua crescita, li moltiplica.

Servono nuovi paradigmi che ci portino ad accettare la complessità del mondo. Serve riconoscere che il modello di sviluppo concepito unicamente come crescita possa e debba essere messo in discussione, valutato criticamente. Siamo stati muti testimoni di un’emergenza che ha messo in discussione la vita delle persone e mette in discussione la vita futura delle comunità e dei territori. Gli scenari sociali ed economici sul dopo sono preoccupanti e riguardano il mondo intero. E’ la prima volta dopo la fine della Seconda Guerra che la comunità mondiale si è trovata a fronteggiare una crisi così drammatica.

Il cigno nero del coronavirus ha messo sotto sopra i governi, i popoli e l’ economia reale, le fabbriche, i negozi. Una crisi non indotta dagli speculatori delle Borse ma da un’epidemia, da un piccolissimo microbo di virus. Non sarà facile ripartire. Ma sarà necessario. In questi mesi, abbiamo detto e ripetuto più volte che serve un nuovo inizio. Non si tratta di fare cose nuove, come se ripartissimo da zero, ma di fare nuove le cose. Riorientare la società, l’economia, la politica perché non dimentichino di custodire l’umano e chi fa più fatica. Perché, come ha detto papa Francesco, “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Per farlo serve pensiero, serve la necessità di ripensare le strade finora percorse, sondarne di nuove possibili. Un nuovo inizio chiede di reimpostare la rotta, navigando “in mare aperto”. Che, non a caso, è il titolo di Molte Fedi sotto lo stesso cielo, il percorso promosso dalle ACLI di Bergamo e giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione.

Del resto, papa Francesco lo aveva già detto in tempi non sospetti: “Quello che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza. Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima.”

Autore

Daniele Rocchetti

Daniele Rocchetti è Presidente delle Acli di Bergamo riconfermato all'ultimo Congresso del 3 ottobre 2020

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